Su Chi l’ ha visto?

Ieri sera ho deciso di vedere la trasmissione Chi l’ ha visto con lo sguardo attento dello spettatore consapevole e non con lo sguardo spento di chi torna a casa stanco e tutto sommato è contento perchè c’ è chi sta peggio. Sono rimasta stupita del fatto che un occhio attento pLogo_Chi_l'ha_vistouò davvero cambiare il punto di vista sulla trasmissione che va in onda da anni con un foltissimo pubblico. E’ stata una carrellata di ospiti che intervenendo hanno dato l’ impressione di non sapere perchè fossero lì. La lingua italiana assente, che te lo dico a fare; un minimo di etica nel mostrare immagini forti, come l’ automobile in fiamme della donna di Reggio Calabria, assente. Empatia, per le varie situazioni di disagio, assente. Insomma un Pomeriggio 5 un po’ più ripulito che però è andato in onda di sera e con luci in studio non evanescenti.

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il regalo

Alcuni anni fa comprai un regalo di Natale per una persona. Lei seppe che le avevo fatto il regalo e corse ai ripari comprando qualcosa a sua volta. Purtroppo questa persona la vidi 4 mesi dopo il Natale, ma le donai ugualmente e con gioia il mio pensiero. Lei no: mi disse che era passato così tanto tempo che aveva deciso di utilizzarlo lei,il rpacco regaloegalo.

Non le feci mai più un regalo.

La lattaia

latta per il latteQuelle mattine d’ estate in cui si alzava presto, la ragazzina si precipitava giù per le scale per raggiungere la zia in giardino. Era sicura di trovarla lì, seduta su quella panca di cemento senza forma. Per terra, vicino a lei, due bottiglie di vetro, sciacquate la sera prima e poggiate capovolte sul tavolo ad asciugare. Quelle bottiglie sarebbero state riempite di lì a poco dalla lattaia che terminava il suo giro mattutino proprio da loro.

Quando arrivava, la lattaia, scambiava sempre due chiacchiere con la zia, in una lingua che la ragazzina non capiva e che non le importava capire. Era impegnata a concentrarsi su altro, su qualcosa che distogliesse la sua attenzione dalla lattaia.

La lattaia era brutta, era vecchia e puzzava di vacche. Profumava di latte appena munto. Era scura. Capelli neri come la pece, con fili d’ argento che si raccoglievano in una crocchia fatta chissà quanto tempo prima e ora quasi distrutta. Ogni tanto regalava sorrisi, che la ragazzina non voleva guardare: chissà cosa immaginava dentro quella bocca nera nera. A volte anche carezze che però la ragazzina riceveva controvoglia per non sembrare troppo maleducata o offenderla. Dalla zia sapeva che aveva dei figli, forse due e che stanchi di andare a scuola, erano a bottega dal padre per imparare il mestiere di scarparo. Gli scarpari li aveva visti sempre e solo nel presepe, con una scarpa capovolta in una mano e nell’ altra un martello. Che poi la ragazzina non aveva ben chiaro il ruolo dello scarparo: lei che nella grande città vedeva negozi di calzature ad [ogni angolo. Così come non capiva bene l’ utilità della lattaia: perchè quelle sveglie all’ alba, la fatica di mungere, il giro de paese, quando il latte era già bello e pronto nel cartone? E senza nemmeno il fastidio di farlo bollire e levare quella fastidiosa pellicola che si formava e senza nemmeno dover aspettare interminabili minuti che il latte freddasse per dare il via all’ inzuppo. No. Certe cose non se le spiegava. Ma non cercava nemmeno spiegazioni.  Finite le chiacchiere la lattaia salutava, metteva in moto l’ ape e andava via.

La ragazzina correva in cucina per la sua colazione.

Poi ad un certo punto la lattaia non venne più la mattina. Prima stava male, tanto male, poi anche il paese aveva iniziato ad usare i cartoni dei supermercati. Le vacche vennero abbattute e i figli continuarono un’ attività che non riparava più, ma vendeva direttamente scarpe nuove.

Ad anni di distanza la ragazzina capì che quell’ essere vecchia e brutta della lattaia era il suo modo sbrigativo e pratico di una madre e  di una donna che, terminato un lavoro doveva riprendere quello lasciato in sospeso a casa. Dove i pranzi e le cene non erano precotti e dove i mariti, magari non scelti,continuavano ancora a fare gli esigenti padroni di vite che, se avessero potuto, avrebbero scelto di essere profumate e con qualche ruga in meno.

Su Appunti per un film sull’India di PP Pasolini

 

Si rimane stregati per circa trenta minuti nel guardare quello che PPP fissa sulla sua pellicola. È il 1967. Appunti visivi che diventano spunti per riflessioni anche moderne. La voce ammaliante ti accompagna sui primi piani dei potenziali protagonisti: uomini,donne e bambini che probabilmente non capiscono l’uomo Occidentale fino in fondo. E alle domande sulla sterilizzazione solo una voce è fuori dal coro.E alle domande sull’occidentalizzazione invece le voci sono all’unisono. E quello che ci lascia l’India,alla fine del breve nostro viaggio, è la necessità di un abbraccio a tutta l’umanità.screenshot_2018-12-28-18-55-12-235_com.android.chrome

 

La zietta

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             tempo di lettura 2 minuti e 30

C’ era una volta

una zietta. Di quelle vecchine che quando le vedi ti ispirano tanta tenerezza, ma che guardandola negli occhi, chissà quante ne hanno combinate. 

I suoi occhi erano di un azzurro chiaro intensissimo, come il ciopinião-castel-san-vincenzo-com-mainarde-68472691elo delle montagne che avevano fatto da sfondo a tutta la sua esistenza. Chissà se ha mai visto o immaginato un mondo oltre. Oppure sono io anche a distanza di anni dalla sua morte, sono solo capace di  immaginarla lì, circondata, quasi ostaggio dei monti.

La sua casa era proprio sulla cima del paese. La finestra della sua camera dava su uno strapiombo. Ad affacciarti avevi paura, ma a guardarti intorno potevi pensare di conoscere l’ infinito. Era molto piccola questa casetta, ma per lei era più che sufficiente, anzi , persino grande, al pensiero che per lungo tempo l’ aveva condivisa col marito. Ed anche con una fantolina, che però l’ aveva lasciata a nemmeno tre anni. Una febbre. All’ epoca era normale. Anche il dolore che portava dentro, la zietta, era normale. Profondo, ma composto. Rinnovato ogni giorno della sua vita. Il dolore di una madre che sopravvive al figlio. Ma a l’ epoca, dicevamo, era normale ed il paese era pieno di quei dolori.

Oltre alla camera da letto aveva un piccolissimo bagno, forse costruito successivamente rispetto alla casa. Un bagno che odorava di sapone di Marsiglia e che a me faceva orrore usare: quando sei piccola i vecchi te li immagini sporchi, incapaci, nella fatica della loro lentezza di tenersi puliti. E poi in questa piccola casa c’ era una stanza che non aveva finestre. L’ entrata era coperta da un telo e tutte le meraviglie venivano da lì: le caramelle che ci offriva quando, con mia sorella, andavamo a trovarla; il vino, che già all’ età di 10 anni ci dava, con la ciambellina o il tarallo; qualche lira, che ogni tanto ci regalava per le patatine al bar; un cassettone, con uno specchio deformante da luna park, che conteneva carte e foto e che aveva la funzione principale di altare, con sopra i ritratti  di chi aveva abitato con lei quella casa. Ritratti eseguiti in uno studio fotografico. Chissà che festa permettersi due foto, che preparazione dietro quegli sguardi severi. Sì, anche la bambina non accennava ad un sorriso. O era la severità del bianco e nero? Avrà immaginato, la madre, che il ritratto avrebbe occupato quel posto accanto a una candela contenuta in una plasticaccia rossa?

Quando si andava a trovarla, la zietta, ti faceva accomodare in quello che oggi si chiamerebbe salone con angolo cottura. Un camerone, ma sempre piccolo era, con una cucina economica e un camino. E una lunga panca di legno che oggi sarebbe un bel sofà vintage. Sui fuochi della cucina economica c’ era sempre una pentola che bolliva. Chissà che bolliva la vecchina. E il camino, che d’ inverno era l’ unico punto di calore, anche d’ estate nascondeva sempre qualcosa sotto la cenere. La sua sedia, di quelle imbottite e  reclinabili, davanti al camino. Dietro la sedia un tavolino, piccolo, di legno. Sopra una radiolina fissa sulla frequenza di radio Maria. Come con le montagne così con quella frequenza: osava immaginare un mondo oltre?  O forse lo conosceva e aveva deciso di vivere nel vociare di preghiere che scandivano le sue giornate. 

 

 

 

Le notti di Cabiria

    Pochi film sono notti_cabiria_02stati capaci di lasciarmi un profondissimo senso di vuoto e di incompiuto e di amaro…a pensarci non ricordo nemmeno un titolo. Considerato tra i capolavori di Fellini, da me non particolarmente amato, ma probabilmente per ignoranza, è stata per me una prima visione.                                                                 Continua a leggere “Le notti di Cabiria”